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“Chiesa e pedofilia, il caso italiano”: intervista a Federico Tulli

A ragion verduta
June 7, 2014

http://www.uaar.it/news/2014/06/07/chiesa-pedofilia-caso-italiano-intervista-federico-tulli/


[Summary: In Italy, only two dioceses - Bessanone and Verona - after dozens of sexual abuse complaints have decided to establish a commission of inquiry]

Redazione: Questo libro appare la naturale estensione all’Italia del suo precedente lavoro. Nel nostro Paese non si sono però avute commissioni d’inchiesta sull’argomento, abbiamo anzi una conferenza episcopale che pare ami ribadire che non vi è alcun obbligo di denuncia dei sacerdoti pedofili. Come si sta evolvendo la situazione in Italia?

Tulli: In Italia, fino a oggi solo due diocesi in seguito a decine di denunce che peraltro erano rimaste inascoltate per anni hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. In entrambi i casi gran parte delle denunce sono risultate fondate ma la prescrizione ha negato la possibilità di ottenere giustizia alle vittime. Si è trattato peraltro di commissioni che hanno agito a livello “locale”. Nel nostro Paese, diversamente dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania solo per citarne alcuni, non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco.
Nel 2012 chiesi a padre Lombardi, il portavoce della Santa Sede, se non ritenesse opportuna l’istituzione di questa commissione considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo. La sua risposta fu che non ce n’era bisogno. Riteneva evidentemente la situazione sotto controllo e l’Italia un’oasi “felice” solo sporadicamente sfiorata da quelle vicende criminali che negli ultimi anni hanno inferto ferite profondissime al tessuto sociale dei Paesi che ho elencato. Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è scaturito proprio dalla necessità di verificare quanto fosse fondata la certezza di padre Lombardi. Dopo aver terminato il mio lavoro d’inchiesta posso dire che è bene far luce sul fenomeno della pedofilia clericale in Italia: dal 1860 a oggi le cronache documentano una lunga scia di episodi criminali senza soluzione di continuità, e pesanti responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche nella diffusione degli stessi per via di una prassi sempre e solo finalizzata a preservare l’immagine pubblica della Chiesa sacrificando i diritti e l’incolumità delle vittime.
Pertanto, per rispondere più direttamente alla sua domanda, direi che nel nostro Paese è tutto fermo alle dichiarazioni, secondo il mio parere sconcertanti, del presidente della Conferenza episcopale rilasciate in occasione della pubblicazione della versione definitiva delle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”. Lo scorso marzo, per giustificare il fatto che i vescovi italiani non si sentono obbligati a denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia, il cardinale Bagnasco ha tenuto a precisare che questa decisione va considerata un’attenzione verso le vittime e che risponde a ciò che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli. In sostanza il capo della Cei dice che loro non prendono alcuna iniziativa per tutelare la privacy delle vittime. Così può accadere che, se i genitori di un bimbo stuprato decidono di non intervenire per un qualunque motivo, un pedofilo continui a circolare in libertà con le conseguenze che chiunque può immaginare considerando che le sue modalità di comportamento sono simili a quelle di un serial killer. In quella occasione Bagnasco ha sottolineato anche che per la Cei “l’obbligo morale è ben più forte e cogente dell’obbligo giuridico”, e che “ne è il presupposto e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime”. Cioè nulla.
Personalmente sarei rimasto sorpreso se i vescovi italiani avessero lanciato un concreto segnale di rottura col passato accogliendo le indicazioni della Santa Sede che auspicava l’inserimento dell’obbligo di denuncia nelle Linee guida anti-pedofilia delle conferenze episcopali di tutto il mondo. Negli ultimi quattro anni, se non ricordo male, anche i vescovi francesi hanno seguito il consiglio della “Casa madre”. Vedremo cosa succederà in Francia, quanto all’Italia la storia recente e meno recente insegna che le “nostre” gerarchie ecclesiastiche sono convinte di poter agire al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge terrena e di poter-dover rispondere solo a Dio (o a chi per lui: il papa) degli eventuali peccati commessi. Questa idea, o cultura, comporta che spesso il loro atteggiamento rasenti la reticenza davanti a un giudice. Cosa del resto emersa in diversi processi per pedofilia clericale in cui dei presuli sono stati chiamati a testimoniare (alcuni dei quali sono citati in questo mio nuovo libro).

Per difendersi dalla accuse di copertura la Chiesa ha opposto non soltanto il segreto confessionale, ma anche quello “professionale”, all’interno del quale fa rientrare qualsiasi informazione raccolta al di fuori del sigillo sacramentale. Quanto è stata sinora efficace questa linea? E quanto, a suo giudizio, è eticamente sostenibile?

Nel 2000 in Francia, padre Rene Bissey è stato condannato a 18 anni di carcere per aver compiuto ripetuti abusi nel decennio precedente. Contestualmente, il suo vescovo, monsignor Pierre Pican, fu condannato a tre mesi di carcere con la condizionale, per aver rifiutato di denunciare alla magistratura il prete della sua diocesi, nonostante fosse a conoscenza da molti anni della sua condotta criminale e non fosse mai intervenuto per fermarla. Pican si è giustifico affermando che, oltre al segreto confessionale, il vescovo ha anche un segreto professionale che gli impedisce di denunciare ciò che apprende al di fuori del sigillo della confessione: questo non violerebbe il segreto confessionale ma guasterebbe la fiducia dei sacerdoti della diocesi nei suoi confronti. In seguito alla sentenza, il cardinale Castrillon Hoyos, allora prefetto della Congregazione per il clero, un importante “dicastero” della Curia romana (il governo vaticano), scrisse una lettera di solidarietà a monsignor Pican, elogiandolo per aver evitato la denuncia nei confronti del sacerdote condannato per abusi sessuali e indicandolo come esempio da seguire. La “benedizione” del Vaticano sta lì a dire che purtroppo il caso di Pican non è affatto isolato. La diffusione degli abusi nel clero e nell’ambito di determinati ambienti lavorativi e professionali suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili scelgano appositamente di impiegarsi in particolari professioni che le portino con facilità a contatto con i bambini e garantiscano al tempo stesso libertà di manovra, quando non l’impunità. L’esempio appena citato mi porta ad affermare che l’organizzazione della Chiesa sembra rispondere in pieno a certi requisiti, forse più di qualsiasi altra.

Lei ha definito l’indagine della commissione Onu sui diritti dell’infanzia uno “schiaffo” al Vaticano. Il libro contiene peraltro in appendice la traduzione integrale del documento Onu. Come giudica l’esito dei lavori della commissione Onu sulla tortura?

In Italia tra i media nazionali praticamente solo il Corriere della sera ha pubblicato un articolo — firmato dalla Calabrò — sulle conclusioni della Commissione Onu contro la tortura e altri trattamenti degradanti e disumani per quanto riguarda la gestione dei casi di pedofilia da parte della Santa Sede. A mio avviso però le osservazioni di Ginevra avrebbero dovuto ottenere almeno lo stesso risalto riservato alla visita che papa Francesco stava facendo in quei giorni in Terra santa. Malignamente potrei dire che si è evitato di parlarne perché esse sono state di condanna tanto quanto quelle della Commissione per i diritti dell’infanzia. A Ginevra era presente Sue Cox, co-fondatrice dell’associazione internazionale di vittime Surivivors Voice Europe. La sua organizzazione è tra quelle che lo scorso anno denunciarono all’Onu la violazione — o la mancata ratifica/applicazione — di queste convenzioni da parte della Santa Sede con conseguenze drammatiche sull’incolumità e i diritti dei bambini che negli ultimi 25 anni hanno frequentato chiese, parrocchie, oratori, orfanotrofi e scuole cattoliche in tutto il mondo. Non appena l’Onu ha emesso il “verdetto” Sue Cox mi ha scritto un breve resoconto con i punti più salienti delle accuse della Commissione contro la tortura. Desidero riportarne alcuni, anche perché si tratta di vere e proprie notizie praticamente sconosciute qui da noi. Innanzitutto la Santa Sede è stata accusata di aver redatto il rapporto con ben nove anni di ritardo (nulla in confronto ai 18 anni di ritardo con cui è stato redatto il rapporto relativo alla Convenzione sui diritti dell’infanzia…). Diversamente da quanto affermato dalla Santa Sede, il Comitato Onu contro la tortura ha detto molto chiaramente di aver riscontrato violazioni alla Convenzione. In particolare, dice Cox, il Comitato ha riconosciuto che l’abuso sui minori e quello sugli adulti da parte di sacerdoti sono azioni che rientrano nell’ambito degli atti violenti monitorati dalla Commissione contro la tortura. La Santa Sede ha inoltre tentato di porre dei limiti di tempo per trattare le denunce. Il Comitato ha detto che non esistono limiti di tempo. Allora la Santa Sede ha prima criticato la reiterazione del principio per cui tutte le denunce devono essere riferite alle forze dell’ordine. E poi non ha indicato i nomi o fornito dettagli circa i sacerdoti che sostiene di aver punito, né — soprattutto — ha informato dove costoro si trovano ora. L’elenco di omissioni e comportamenti irresponsabili è ancora molto lungo ma questo basta per farsi un’idea sul fatto che “lo schiaffo” della Commissione sui diritti dell’infanzia non è stato sufficientemente pesante.
Ora la Santa Sede ha un anno di tempo per ripresentarsi al Comitato contro la tortura mostrando dei concreti cambiamenti. Lo stesso dovrà fare davanti al Comitato per i diritti dell’infanzia. Ritengo difficile ipotizzare che il Vaticano vada incontro alle richieste dell’Onu modificando il proprio Codice di diritto canonico e uniformandolo alle leggi terrene. Del resto già a gennaio scorso di fronte alle osservazioni del Comitato per i diritti dell’infanzia la Santa Sede ha fatto chiaramente capire che non ha alcuna intenzione di cominciare a pensare agli abusi come a dei crimini contro persone inermi. Per questa istituzione lo stupro è e resta un grave peccato in violazione del Sesto comandamento. Si tratta di un’offesa a Dio e come tale va trattata: pertanto il giudizio del sacerdote pedofilo non spetta agli uomini ma ai rappresentanti di Dio in terra.

Ha descritto in questi termini la strategia nei confronti dell’esplosione dei casi di abusi su minori attuata sotto il pontificato di Benedetto XVI: “Dare l’impressione di attuare una pulizia radicale, quando invece si è trattato di interventi mirati a salvare la reputazione e le casse della Chiesa”. Quanto è stata efficace tale strategia? Qualcosa è cambiato, nell’ultimo anno?

Le storiche dimissioni di Ratzinger nel 2013 mi portano a dire che la sua strategia si è rivelata fallimentare. Ma ci sono anche degli esempi concreti a sostegno di questa mia deduzione. Cito il caso dell’Irlanda. Il 19 marzo 2010 Benedetto XVI firmò una Lettera pastorale dedicata ai cattolici irlandesi. Annunciata a dicembre del 2009, questa Lettera di scuse doveva servire a ‘riparare’ mezzo secolo di violenze emerse in seguito a due inchieste governative — denominate Rapporto Ryan e Rapporto Murphy — concluse tra maggio e novembre dello stesso anno. In particolare, il cosiddetto Rapporto Ryan aveva esaminato gli abusi avvenuti in tutta l’isola nelle istituzioni gestite dalla Chiesa cattolica (scuole, seminari e cosi via), mentre il Rapporto Murphy si era occupato delle violenze all’interno della diocesi di Dublino. In totale, si tratta di cinque volumi e oltre 2.500 pagine che documentano le azioni criminali di più di mille sacerdoti compiute nei confronti di circa 30.000 bambini lungo tutta la seconda metà del Novecento. Per numero di casi l’Irlanda si ritrova così a ‘competere’ con gli Stati Uniti, anche se la sua popolazione è 80 volte inferiore a quella americana. Le scuse di Benedetto XVI furono talmente controproducenti che due anni dopo un sondaggio rilevò che la popolazione cattolica irlandese era scesa al 47 per cento, vale a dire 22 punti in meno rispetto al 2005, anno in cui il papa tedesco si era insediato sul trono di Pietro. Sempre nel 2012, uno studio commissionato dalla Pontificia università gregoriana di Roma rilevò che nel biennio precedente la cattiva gestione degli scandali di pedofilia clericale era costata alle casse della Chiesa circa due miliardi di euro in termini di mancate offerte, donazioni e così via da parte dei fedeli.
Per rispondere alla seconda domanda potrei dire che con papa Francesco nulla è cambiato. Le accuse dell’Onu di cui ho parlato in precedenza lo chiamano direttamente in causa, perché è lui il pontefice che a luglio 2013 ha ratificato le due convenzioni sotto esame in quanto capo della Santa Sede. Ed è lui il papa che pur dichiarando — come il suo predecessore — la “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia non ha cambiato di una virgola le leggi che fino a oggi hanno garantito l’impunità di questi criminali. Violando, di fatto, le due convenzioni. Bergoglio è il capo di una monarchia assoluta. Detiene il potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Non dovrebbe aver problemi ad esempio a imporre ai gerarchi di tutte le chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, e nemmeno a disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano. L’isolamento, la presa di distanza dalle leggi internazionali (e dal buon senso) ormai è noto e indiscutibile che abbiano portato la Chiesa cattolica e apostolica romana ad agire in favore dei pedofili e non delle vittime. Perché il gesuita/francescano non fa nulla di veramente efficace per invertire questa orrenda deriva?

L’aspetto della dottrina cattolica che più sembra colpirla negativamente è l’insistenza nel definire gli abusi sessuali un delitto contro la morale, anziché contro la persona. C’è da aspettarsi qualche novità da papa Francesco, di cui il testo ricorda diversi lati oscuri?

A proposito di novità, la stampa italiana ha dato ampissimo risalto alla Commissione anti-pedofilia di Bergoglio. C’è un piccolo particolare di cui nessuno ha parlato: questa Commissione era stata annunciata a febbraio del 2012. E’ stata presentata come l’ennesima rivoluzione di questo papa, in realtà è “nata” sotto Benedetto XVI e ci sono voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Tra questi c’è anche una vittima. È una donna irlandese, e anche questo è un fatto curioso dal momento che ben oltre l’80 per cento delle vittime dei sacerdoti pedofili sono di sesso maschile. Detto questo, aggiungo che per il papa che molti qui in Italia definiscono un innovatore dietro la pedofilia c’è lo zampino del diavolo. A questo allude quando paragona la pedofilia alle messe nere. Infine voglio ricordare una frase pronunciata da papa Francesco nel gennaio scorso durante la celebrazione di una messa in S. Pietro: «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato» ha detto il pontefice. Se anche — per assurdo — dovesse “slegare” dalla legge divina quella norma del suo Stato che ancora oggi considera abuso morale lo stupro di un bimbo, come la mettiamo col fatto che costui giudica degli esseri umani meno esseri umani di altri?




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